Il nuovo rapporto The State of the World’s Children 2025 (SOWC 2025) dell’UNICEF lancia un allarme inequivocabile: i progressi decennali nella lotta contro la povertà infantile sono a rischio, messi in grave difficoltà da una convergenza di crisi globali che stanno spingendo milioni di famiglie sull’orlo del baratro.
Nonostante un contesto globale in cui la ricchezza non è mai stata così alta, la povertà minorile persiste non per mancanza di risorse, ma a causa di un’evidente questione di priorità globali.
Pubblichiamo una sintesi del rapporto perché, come Associazione impegnata nel settore sanitario dei Paesi a scarse risorse, siamo coinvolti nelle tematiche affrontate dal documento.
La cruda realtà dei numeri e delle storie
Si stima che oggi circa 412 milioni di bambini vivano in una condizione di povertà monetaria estrema, con meno di 3 dollari al giorno per persona. Questi bambini portano già con sé il fardello di una probabilità doppia, rispetto agli adulti, di vivere in povertà estrema.
Ancora più preoccupante è il quadro della deprivazione multidimensionale: ben 417 milioni di minori soffrono di gravi privazioni in almeno due servizi essenziali per la vita e lo sviluppo, come istruzione, salute, alimentazione, alloggio, servizi igienico-sanitari e acqua potabile.

La geografia della povertà è estremamente concentrata e indica che alcune aree del mondo sono ampiamente colpite da queste crisi umanitarie.
L’Africa subsahariana, pur ospitando solo il 23% della popolazione minorile mondiale, conta quasi il 76% di tutti i bambini in povertà estrema, superando i 311 milioni. Insieme all’Asia meridionale, queste due regioni rappresentano quasi il 90% (88%) dei casi globali.
Dietro alle statistiche si celano innumerevoli situazioni familiari di estrema difficoltà, tipiche delle regioni più povere.
Senza un reddito sicuro o una rete di protezione, le famiglie vengono spesso spinte verso soluzioni di sopravvivenza rischiose.
I minori possono così trovarsi costretti a lavori pericolosi, esposti a sfruttamento e abusi, con l’abbandono scolastico che diventa una conseguenza frequente.
Altri contesti mostrano come gli shock economici, i tagli agli aiuti o le calamità ambientali possano rapidamente far precipitare nuclei già vulnerabili in una povertà ancora più profonda.
In queste circostanze, la mancanza di alternative e di sicurezza espone in particolare le ragazze a rischi gravi, come i matrimoni precoci.
Queste dinamiche illustrano come la povertà monetaria si trasformi in una privazione multidimensionale dei diritti fondamentali.
Il triangolo della crisi convergente

Il rallentamento dei progressi nella riduzione della povertà è una conseguenza diretta della convergenza di tre crisi acute che minacciano di annullare i miglioramenti degli ultimi decenni:
- Crisi climatica e ambientale: il rapporto sottolinea come un miliardo di bambini sia già a rischio elevato a causa degli impatti climatici. Ogni anno, quattro bambini su cinque si trovano ad affrontare almeno un rischio climatico estremo, come inondazioni e ondate di calore.
Solo i disastri legati al clima costringono 242 milioni di bambini a perdere la scuola. - Aumento dei conflitti: oggi, quasi un bambino su cinque vive in un’area colpita da conflitti, quasi il doppio rispetto alla metà degli anni ’90. Quando la violenza costringe i bambini a lasciare le loro case, la povertà ne è la diretta conseguenza. Inoltre, l’aumento della povertà estrema è particolarmente marcato negli stati fragili e colpiti da conflitti, dove i tassi sono saliti dal 46% al 50,2% tra il 2014 e il 2024.
- Crisi dei finanziamenti e del debito: il settore dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS/ODA) sta subendo drastici tagli che minacciano i servizi essenziali.
Una previsione, secondo The Lancet, parla di 4,5 milioni di decessi di bambini sotto i 5 anni entro il 2030 e di 6 milioni di bambini in più che potrebbero restare fuori dalla scuola entro la fine del prossimo anno.
La situazione è aggravata dal debito estero che soffoca i paesi in via di sviluppo. 45 paesi in via di sviluppo pagano oggi più interessi sul debito di quanto spendano per la sanità, e 22 più di quanto spendano per l’istruzione.
Questa incapacità di investire nel capitale umano crea un circolo vizioso che compromette la prosperità economica futura.
Il progresso è stagnante, anche nei paesi ricchi

Sebbene il tasso di deprivazione grave nei paesi a basso e medio reddito sia calato di un terzo dal 2000, questo slancio si è arrestato.
Anche nei paesi ad alto reddito, la lotta alla povertà infantile ha subito una battuta d’arresto.
Circa 50 milioni di bambini vivono in povertà monetaria relativa in 37 dei paesi più ricchi.
Nonostante la media di povertà minorile in questi paesi sia scesa di circa il 2,5% in un decennio (2013-2023), i progressi si sono sostanzialmente bloccati nell’ultimo periodo.
Alcuni esempi: mentre nazioni come Canada, Polonia e Romania hanno tagliato i tassi di povertà di un quarto, paesi come Francia, Svizzera e Regno Unito hanno visto un aumento di oltre il 20%.
Le cinque colonne per un futuro senza povertà
Il rapporto UNICEF arriva tuttavia a una conclusione non del tutto negativa e sottolinea che la povertà infantile non è ineluttabile.
I progressi compiuti in passato dimostrano che, quando la fine della povertà minorile diventa una priorità nazionale con risorse e azioni dedicate, le vite dei bambini possono essere trasformate.
L’UNICEF propone un piano d’azione basato su cinque pilastri fondamentali:
- Priorità nazionale: inserire la fine della povertà infantile come priorità strategica nazionale, sostenuta da leggi e budget dedicati.
Paesi come Bangladesh e Stati Uniti hanno dimostrato che è possibile ottenere riduzioni rapide dando priorità al problema. - Politiche macroeconomiche “child-sensitive”: integrare le esigenze dei bambini nella pianificazione economica, includendo obiettivi di inflazione focalizzati sui beni essenziali per l’infanzia, come il cibo.
- Protezione sociale inclusiva: implementare trasferimenti di denaro contante (cash transfers) universali o mirati. Esempi di successo si trovano in Polonia e Mongolia.
- Accesso universale a servizi pubblici: garantire che ogni bambino abbia accesso universale a servizi essenziali di alta qualità (istruzione, sanità, acqua, igiene e servizi igienici, spesso indicati come WASH, ne parliamo qui). La Tanzania, per esempio, ha ridotto le deprivazioni del 46% combinando trasferimenti di denaro e istruzione gratuita.
- Lavoro dignitoso per i genitori: promuovere politiche che sostengano i genitori, come congedi parentali retribuiti e politiche per la formalizzazione dell’economia informale, garantendo salari dignitosi.
In Europa, modelli come la Garanzia Europea per l’Infanzia offrono un’ispirazione per i piani nazionali, inclusi quelli dell’Italia, per combattere l’esclusione sociale.
Il rapporto si conclude con la consapevolezza che la volontà politica è la chiave per spezzare il ciclo di povertà e debito.
I giovani che hanno partecipato al workshop di previsione dell’UNICEF lo hanno espresso con chiarezza: “Dicevano che eravamo il futuro. Abbiamo chiesto: di chi?”.
La risposta del rapporto è un imperativo morale e pratico:
Di chi è il futuro? Loro.
Di chi è la responsabilità? Nostra.
fonti
Rapporto Unicef originale






