L’Africa è un continente di immense ricchezze culturali e sfumature uniche, un mosaico vivace di oltre 2.000 lingue e tradizioni millenarie. Ospita 54 Paesi indipendenti, ciascuno con un’identità distinta forgiata da storie, paesaggi e popoli diversi.

Tra i tesori di questo patrimonio spiccano parole e modi di dire della lingua swahili – una lingua bantu parlata da oltre 100 milioni di persone, soprattutto nell’Africa orientale e centrale.
Nata come lingua franca nei commerci tra Arabi, Persiani e Africani lungo le coste dal Medioevo, lo swahili ha assorbito influenze arabe, persiane e portoghesi, diventando un ponte culturale.
Alcune sue espressioni, cariche di saggezza e filosofia di vita, sono diventate celebri in tutto il mondo per la loro profondità.

Vediamo tre parole swahili potenti, usate soprattutto in Tanzania e Kenya, che incarnano concetti forti: Harambee (“tutti insieme”), Ujamaa (famiglia estesa e socialismo comunitario) e Utani (relazioni scherzose tra etnie diverse).
Ognuna rivela l’essenza del costume africano: unità, comunità e ingegno sociale.


Harambee

lingua swahili

La parola Harambee in lingua swahili significa tutti insieme ed è il motto nazionale del Kenya.
È molto più di un semplice vocabolo, perché esprime un concetto che è un pilastro fondamentale della cultura dell’Africa orientale.
Il termine viene usato per riferirsi a situazioni in cui è necessario un grande sforzo comune per raggiungere un obiettivo, oppure a organizzazioni ed eventi che si occupano di raccogliere fondi o del coordinamento di attività a favore di progetti umanitari.

L’origine del termine sembra che derivi da una richiesta di aiuto — “Hara, ambe!” — che nei momenti di fatica lanciavano i molti lavoratori immigrati indiani in Kenya durante il periodo coloniale, mentre costruivano strade e ferrovie.
In quei momenti dovevano unire le forze, e le loro urla di aiuto contemporanee servivano a confortarsi a vicenda.

Il termine fu poi usato da Jomo Kenyatta il 1° giugno del 1963 durante il suo giuramento come primo ministro, per indicare lo sforzo collettivo che doveva compiere la nazione.
L’idea era semplice: lo Stato non poteva fare tutto da solo, quindi, le comunità dovevano autogestirsi per far progredire il paese.

Il termine in Kenya, ma non solo, è diventato non solo una vera e propria filosofia, ma anche una modalità di azione che vuole mettere gli interessi di una comunità davanti a quelli personali, ed è stato applicato in diversi ambiti di sviluppo come agricoltura, salute e istruzione.

Come funziona nella pratica

Ancora oggi, un “evento Harambee” è una sorta di raccolta fondi comunitaria.

  • Solidarietà: Se una famiglia non può permettersi le rette scolastiche o le spese mediche, la comunità organizza un Harambee per coprire i costi.
  • Senza scopo di lucro: Non si tratta di beneficenza calata dall’alto, ma di un mutuo soccorso tra pari.

Nota di colore: anche se il concetto è nobilissimo, negli anni è stato talvolta criticato perché alcuni politici lo hanno usato per “comprare” consenso elettorale attraverso grandi donazioni durante gli eventi pubblici. Tuttavia, per la gente comune, resta un simbolo di resilienza e unità.


Ujamaa

lingua swahili

Ujamaa è un’altra parola della ricca lingua swahili, traducibile grosso modo come “famiglia” o, forse meglio, “appartenenza a una famiglia”.

Questa espressione si associa anche al socialismo africano, poiché fu l’ideologia alla base della politica socialista di Julius Kambarage Nyerere per l’indipendenza della Tanzania. Nyerere riteneva che nelle società precoloniali l’interesse della comunità prevalesse su quello dell’individuo e che questa concezione fosse andata perduta con l’epoca coloniale.

Nella Dichiarazione di Arusha del 1967, illustrò attraverso l’ujamaa la sua visione di una nuova Tanzania, basata sul recupero dei valori di comunità e condivisione, con l’esclusione di ogni tipo di classe sociale.

Uno dei pilastri dell’ujamaa è il concetto di self-reliance, ovvero autosufficienza: la Tanzania doveva emanciparsi dagli aiuti occidentali e lo sviluppo economico incentrarsi sullo sforzo che ogni cittadino compiva per la nazione. Per questo, si accettavano solo gli aiuti esterni privi di condizioni.

Partendo dal dato di fatto che la Tanzania era ancora troppo povera per puntare sull’industrializzazione, Nyerere era convinto che la rinascita dovesse avvenire concentrandosi sul settore agricolo.
La sua concezione di sviluppo si basava sulla creazione di villaggi ujamaa, in cui vigeva la proprietà collettiva e i prodotti venivano equamente divisi tra gli abitanti. Questi villaggi includevano scuole, accesso ai servizi di base e assistenza sanitaria forniti dallo Stato.
Ogni decisione era presa in spirito comunitario e l’adesione al progetto era su base volontaria.

La visione alla base dei villaggi ujamaa mirava a un ideale recupero dei valori precoloniali, in un progetto di modernizzazione del paese. Il successo del progetto di Nyerere si basava su forti investimenti nel campo sociale e sull’alfabetizzazione.

A causa di vari fattori economici, però, i risultati degli ujamaa non furono brillanti: i piani di sviluppo agricolo vennero implementati in un periodo di difficoltà economiche internazionali, aggravate dalle carenze infrastrutturali della Tanzania e dalla scarsa adesione dei contadini ai villaggi.

I risultati più significativi si registrarono invece nel campo sociale: nel 1985, la percentuale di bambini che frequentava la scuola primaria aveva raggiunto il 70% grazie a un sistema di istruzione gratuita, e i dati sull’alfabetismo erano notevolmente migliorati.

L’eredità di Nyerere e degli ujamaa resta quella di aver sottolineato l’importanza della valorizzazione delle culture africane e della possibilità di offrire soluzioni alternative al modello occidentale, ispirando molti leader africani di quel periodo e dei successivi.

Utani

Utani è un termine della lingua swahili, usato soprattutto in Tanzania, che significa “parentela”, “relazioni all’interno di un clan o gruppo etnico” oppure “amicizia familiare”.

Indica le relazioni che si instaurano tra persone appartenenti a diversi gruppi etnici e ha un uso piuttosto singolare.
La particolarità di queste relazioni è che prevedono scambi canzonatori, talvolta offensivi, per rivolgersi gli uni agli altri: i rapporti utani vengono definiti anche “relazioni scherzose”.

Lo scopo di questo modo di rapportarsi è formulare richieste anche difficili – come cibo o ospitalità – senza dover mostrare rispetto formale, evitando però conseguenze negative tra le parti. È un canale di comunicazione che rompe le ipocrisie, creando un rapporto più diretto sulla base di comune accordo.

In questo modo, ci si considera parenti senza esserlo davvero, facilitando le relazioni interpersonali.

Storicamente, l’utani ha preso piede nell’Africa orientale nel XIX secolo, durante il periodo del commercio a lunga distanza. Persone di diversi gruppi etnici, che in precedenza avevano solo rapporti sporadici, dovettero iniziare a interagire più strettamente per motivi economici.

Commercianti o trasportatori si trovavano spesso a fare richieste difficili a membri di etnie diverse nei villaggi vicini ai porti.
Se si instaurava un legame utani, le richieste venivano soddisfatte, accompagnate da una serie di scherzi che alleviavano l’imbarazzo.

Questi legami avevano un indiscusso beneficio: al di là della loro natura peculiare, servivano a mantenere buoni rapporti tra persone e lavoratori coinvolti nel commercio.

Oggi il termine è ancora in uso e indica quel tipo di relazione tra membri di clan o gruppi etnici che potrebbero avere un alto grado di complessità o conflittualità, ma che si incontrano per bisogni effettivi.
I legami utani regolano queste dinamiche ambigue, creando una forma di familiarità istituzionalizzata.

fonti
Parlare d’Africa
Jourdan, Pallaver

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