10 trend e crisi umanitarie da monitorare nel 2022

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Non si tratta di una classifica ma di un elenco che intende offrire una visione ad ampio raggio di alcune delle questioni chiave che potrebbero richiedere un significativo intervento nei bisogni umanitari durante l’anno che abbiamo davanti.

Crisi umanitarie nel 2022.

Il New Humanitarian – l’agenzia indipendente fondata dalle Nazioni Unite nel 1995 -, paladina del giornalismo d’inchiesta e specializzata in diritti umani e nel dare una voce libera da vincoli in favore delle popolazioni colpite da crisi umanitarie, ha puntato il riflettore su 10 situazioni critiche e tendenze trasversali che sono da monitorare con attenzione nel 2022.

Come Associazione interessata ai problemi sanitari e alla salute globale condividiamo i preziosi contenuti proposti in un lungo report dalla celebre agenzia.

Crisi della pandemia nel mondo.

1. Le conseguenze della pandemia: più povertà e nuovi squilibri

La diffusione delle pandemia ha messo in luce le enormi diseguaglianze che ci sono tra i vari Paesi e spesso anche quelle presenti al loro interno.

Queste differenze, molto probabilmente, verranno amplificate con l’inizio del 2022 in cui in alcuni parti del mondo si verificherà un’auspicabile svolta economica rispetto alla stagnazione degli ultimi due anni.

Globalmente, la pandemia ha fatto aumentare la percentuale di persone che vivono in condizioni di estrema povertà, ponendo fine al trend degli ultimi vent’anni che ha visto questo numero in diminuzione costante. E’ il caso di Paesi come lo Zambia, la Tunisia e il Ghana.

Questa condizione, nei Paesi che già sono colpiti da povertà diffusa, conflitti e fragilità interna, renderà ancora più difficile la reazione e causerà invece nuovi bisogni e nuove esigenze in luoghi in cui tradizionalmente gli aiuti umanitari non sono mai stati necessari.

Perché è necessario monitorare

Il Covid-19 ha fatto aumentare il tasso di povertà generale. Con il lockdown sono aumentate le persone che hanno perso il lavoro o hanno diminuito i loro introiti.

La percentuale di persone che vivono con meno di 1,90 dollari al giorno è cresciuta, passando dal 7,8 al 9,1 per cento (si parla di circa 97 milioni di persone).

Sebbene, fortunatamente, ci sono previsioni secondo cui il numero delle persone in stato di povertà possa diminuire e tornare verso la tendenza degli anni precedenti, in alcuni Paesi (in special modo in alcuni Stati africani e in Venezuela) è difficile vedere come si possano fare progressi concreti e in tempi brevi quando non c’è ancora un accesso equo al vaccino e la lotta al debito impegna grandissimi sforzi. Ciò, nonostante le promesse e gli appelli dei maggiori organismi internazionali.

La situazioni di chi ora, a causa del Covid, si trova in un nuovo stato di povertà, potrebbe migliorare con il tempo, ma è anche probabile che nei luoghi in cui già c’erano già difficoltà economiche gli effetti della pandemia si faranno sentire più a lungo termine.

Da ricordare e per riflettere

Mentre in molti Paesi i governi esaminano i pacchetti di aiuti umanitari e studiano nuove strategie per stimolare la ripresa economica, molti cittadini stanno imparando che non possono fare affidamento solo sullo Stato e stanno facendo del loro meglio per aiutarsi gli uni con gli altri.

In alcuni Stati sono sorti così vari sistemi di mutuo soccorso al di fuori dei circuiti tradizionali, con i vicini che aiutano i vicini e nuove iniziative per aiutare i meno fortunati.

È il caso del Cile, dove i cittadini hanno allestito mense per i più poveri durante i periodi di lockdown o di alcune tribù di Nativi Americani che per rispondere ai crescenti disturbi di tipo psicologico dovuti all’isolamento hanno preso delle iniziative per far sì che le persone si possano incontrare e possano socializzare.

2. L’odio nei social media

L’odio manifestato on-line purtroppo ha conseguenza nel mondo reale: dall’incitamento alla violenza, sino ai commenti omofobi e ai ‘giochi’ in cui cadono alcuni adolescenti. Ma non solo. È assodato che il lato negativo del web non rimane circoscritto alla rete.

odio nei social media.

È anche chiaro che può contribuire a creare le condizioni per richieste di aiuti umanitari.

Perché è necessario monitorare

Caso Facebook: l’informatrice Frances Haugen ha confermato che l’algoritmo di quella che è una delle maggiori piattaforme per la diffusione di notizie del mondo ha dei contorni opachi.
Allo stesso modo pare che i sistemi di controlli interni del social network per fermare l’incitamento all’odio non siano affatto perfetti.

Integrità elettorale: altro problema emerso dai social media è che offrono ai governi autoritari nuovi modi per plasmare la narrazione politica. Attraverso i troll a pagamento, i bot o siti che diffondono notizie false, sono in grado di confondere l’opinione pubblica e creare disinformazione.

La sola moderazione non risolve il problema, poiché in molti casi gli estremisti online usano più piattaforme e sono presenti in più Paesi con più lingue. L’odio riesce ad essere sia fluido che resiliente

Nelle economie occidentali, Stati Uniti, Eu, e Gran Bretagna, così come in Cina è stata presentata una legge per affrontare il problema degli algoritmi dei social media colpevoli di non contrastare la diffusione dei post divisivi. La questione non è semplice però: entrano in gioco problemi sulla libertà di parola o di censura.

È possibile che in questo modo si contrasti anche la componente dei social media che è in grado di diffondere contenuti a favore della libertà e della democrazia.

Attorno ai social media le discussioni continuano. Dalla richiesta di maggiore privacy da parte degli utenti, alla pretesa da parte dei consumatori di maggiore trasparenza nel trattamento dei dati, sino agli inserzionisti che vorrebbero alcuni cambiamenti: la questione resta aperta, forte dei risultati forniti dalla ricerca secondo cui l’odio rende solo infelici le persone. Perché continuare quindi?

Da ricordare e per riflettere

Le notizie false e i discorsi d’odio pubblicati sulla rete viaggiano più velocemente delle notizie vere. Spesso ad essere colpiti dalla violenza del web sono i gruppi più minoritari e le donne.

3. Rivolte politiche e sfide umanitarie in Afghanistan, Tahiti e Myanmar

Crisi in Afghanistan.

Il clima teso ai vertici governativi sta causando crescente bisogno di aiuto sul campo in Afghanistan, ad Haiti e in Myanmar.

Perché è necessario monitorare

Questi Paesi hanno assistito a cambiamenti a livello politico molto forti. Non solo i già deboli contesti governativi sono peggiorati, ma sono divenute ancora più complesse le soluzioni con cui affrontare lo stato d’emergenza.

Fornire le migliori soluzioni e gli aiuti più efficaci in ognuna di queste crisi governative è fonte di contrasti e complessità. Dalla riluttanza a trattare con i talebani, alle domande che ci si pone sulla neutralità umanitarie e sul modo di trattare con la giunta governativa del Myanmar fino ai modi con cui approcciarsi alle gang di Haiti: i dilemmi con cui affrontare queste situazioni di crisi sono molti.

Da ricordare e per riflettere

In ognuno di questi Paesi riecheggiano ancora oggi gli strascichi lasciati dal colonialismo, dall’occupazione e dall’imperialismo.

Nonostante le soluzioni nate localmente e le richieste da parte della popolazione e dei lavoratori del luogo di nuovi approcci a livello globale per affrontare la crisi abbiamo una voce sempre più forte, le istituzioni internazionali non sono mai state pronte nel cogliere le richieste di cambiamento.

Blocchi stradali e asilo.

4. Ovest contro il resto del mondo: i blocchi stradali per la richiesta d’asilo e le crisi di confine

Molte democrazie occidentali si stanno concedendo poteri che non hanno precedenti per il diritto di chiedere asilo nei propri confini: durante questi processi i diritti umani sono sistematicamente violati.

Quello che dovrebbero essere dei movimenti gestibili di persone si stanno trasformando, a causa di intransigenti politiche di deterrenza, in una serie a cascata di crisi umanitarie, rafforzando al contempo la disuguaglianza a livello globale.

Perché è necessario monitorare

Alcuni Sati membri dell’Unione Europea (Lituania, Lettonia e Polonia) durante una crisi migratoria nella frontiera orientale hanno fortificato i loro confini, facendo ricorso alle forze armate e fatto ricorso all’espulsione dei richiedenti asilo provenienti dalla Bielorussia al loro territorio, nonostante questi respingimenti siano illegali secondi il diritto internazionale.

Migliaia di persone si sono trovate così bloccate in situazioni umanitarie terribili, soggette ad abusi da parte delle forze di sicurezza.
La risposta della Commissione Europea è stata di introdurre ‘misure provvisorie’ che possono costituire un precedente pericoloso e indebolire le protezioni garantite dall’asilo.

Da ricordare e per riflettere

Quando un Paese limita l’accesso nel proprio territorio si crea un effetto domino in cui anche altri paesi diventano più riluttanti a far entrare rifugiati, richiedenti asilo e migranti perché sanno che sarà difficile per loro andarsene. Ciò rafforza un contesto in cui gli stati più deboli si assumono responsabilità e quantità di sfollati sproporzionata alle loro possibilità quando di fatto, spesso, hanno meno capacità di poterlo fare.

I patti globali delle Nazioni Unite su rifugiati e migrazione, firmati nel 2018, avrebbero dovuto aprire la strada a una condivisione degli oneri più equa, percorsi più sicuri e legali per la migrazione e risposte di aiuto più efficienti. Tre anni dopo, quegli obiettivi hanno ancora contorni non ben definiti.

Fame nel mondo.

5. Fame senza precedenti

Allo stato attuale ci sono fino a 283 milioni di persone che hanno scarse disponibilità di cibo: si tratta di un livello che non ha precedenti.
Non è solo una questione numerica, ma anche la profondità della crisi è grave.

Perché è necessario monitorare

I Paesi più bisognosi d’aiuto ad oggi sono il Burkina Faso, la Nigeria, il sud Sudan e lo Yemen.
Le situazioni di conflitto che stanno vivendo hanno spinto ancora più persone in uno stato d’emergenza, tanto da porle a rischio di morte per fame.

Anche il clima ha giocato un ruolo significativo: in Afghanistan, Madagascar e Corno d’Africa, la siccità costante e la mancanza di piogge hanno logorato il sistema rurale.

Altra fonte di preoccupazione è l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari a livello globale.
Il prezzo del grano e del mais è aumentato fino al 40% nel 2021 e sembra desinato a non fermarsi.

A causa dell’aumento del costo dei fertilizzanti, dell’energia, delle spedizioni e della manodopera e dell’impennata dei prezzi dovuti alla ripresa economica il sistema alimentare è entrato in difficoltà., con gravi carenze e tensioni nelle catene di approvvigionamento.

I costi di queste difficoltà vengono trasferiti sui consumatori. Il problema si accentua nelle economie in via di sviluppo dove la popolazione è costretta a spendere una quota maggiore del proprio reddito per il cibo.
L’aumento dei prezzi aggraverà la povertà urbana e farà aumentare il numero dei nuovi poveri.

Trovare un lato positivo in questo contesto è difficile, ma se c’è, è che i prezzi non hanno ancora raggiunto i livelli visti nelle precedenti crisi alimentari del 2007 e del 2011 e che le Nazioni Unite, nel loro programma per il cibo per i prossimi 5 anni, hanno raccolto quasi 11 miliardi di dollari da destinare all’impegno per la fame.

Da ricordare e per riflettere

È pari a 7 miliardi di dollari la cifra necessaria per sfamare i 45 milioni di persone a rischio di carestia in 43 paesi. Gli aumenti globali dei prezzi dei cereali fanno aumentare del cibo nei mercati internazionali, mentre gli aumenti del costo del carburante e la carenza globale di container hanno gonfiato anche i costi della logistica per raggiungere le persone che hanno fame.

6. I mercenari a pagamento e il loro costo umanitario

Mercenari a pagamento.

Nell’Africa occidentale, nel Mozambico costiero e nella Repubblica Democratica del Congo orientale i governi in difficoltà stanno cercando nuove fonti di sostegno per contrastare i gruppi militanti. Gli eserciti e i guerrieri a pagamento che intervengono spesso abusano dei diritti umani, mettono in difficoltà i gruppi umanitari che cercano di portare il loro aiuto e competono tra loro stessi in diatribe che non servono a nulla per i fattori fondamentali dei conflitti.

Perché è necessario monitorare

L’intervento di militari stranieri nei conflitti di queste zone del mondo, così come nel Mali e in Uganda comporta spesso sofferenze umanitarie, abusi dei diritti civili, l’appiattimento sul nascere degli sforzi di dialogo che le comunità locali cercano di far crescere con gli oppositori e l’aggravio delle situazioni di crisi.

Da ricordare e per riflettere

I gruppi di aiuto sono abituati a coordinarsi con le forze militari per garantire che le loro missioni siano ben comprese e che possano aiutare in sicurezza le persone bisognose. Ma il coordinamento civile-militare è difficile quando ci sono più attori sul campo, compresi i gruppi mercenari con poca esperienza in operazioni umanitarie.

Spesso accade che la distinzione tra personale umanitario e militare è confusa dai soldati impegnati in interventi che cercano di creare un nuovo equilibrio con la popolazione locale.

7. I rischi nascosti del cambiamento climatico

Il cambiamento climatico.

Le minacce alla salute causate dall’aumento delle temperature e dai cambiamenti climatici stanno diventando sempre più evidenti: dalla sempre maggiore diffusione delle malattie infettive, alla crescente mortalità causata dal caldo, sino ai problemi di denutrizione provocati dalla siccità, l’influenza del clima sulla salute dell’uomo è sempre più evidente.

Perché è necessario monitorare

Gli impatti umanitari della crisi climatica vanno ben oltre i danni fisici causati dai maremoti o dall’innalzamento del mare. Il cambiamento climatico è un moltiplicatore di rischio in grado di creare un effetto a catena di disastri ripetuti man mano che i danni aumentano. Ora, i crescenti rischi per la salute stanno emergendo e appaiono come i costi nascosti causati dai cambiamenti climatici.

Mentre gli sforzi per limitare l’aumento delle temperature è in una fase di stallo, esperti sia nel campo sanitario che in quello umanitario non smettono d suonare il campanello d’allarme. Un editoriale di settembre 2021, pubblicato contemporaneamente su più di 200 riviste mediche, tra cui The Lancet, ha definito questa incapacità di tenere a freno l’aumento delle temperature “la più grande minaccia per la salute pubblica globale”.

Da ricordare e per riflettere

Spinto dall’effetto del Covid 19, dagli esistenti conflitti e dai cambiamenti climatici, il costo della risposta alle crisi mondiali supererà nuovamente i livelli record nel 2022.

All’interno delle organizzazioni umanitarie  c’è una rinnovata attenzione sulle capacità di prevenzione e di riduzione dei rischi, sull’anticipazione delle crisi e sulla capacità di pianificazione in anticipo: la speranza è che questi nuovi programmi siano sufficientemente trasformativi.

8. Etiopia: ostacoli senza fine per gli aiuti

Mentre il conflitto in Etiopia entra nel suo secondo anno, le agenzie umanitarie stanno affrontando infiniti ostacoli nel tentativo di raggiungere gli oltre nove milioni di persone bisognose di assistenza. Vari tentativi di affrontare la crisi sono stati respinti in una guerra che mette in luce la limitata influenza che la comunità internazionale può apportare per risolvere i conflitti interni.

Situazione in Etiopia.

Perché è necessario monitorare

L’accesso umanitario (o la sua mancanza) è diventato una caratteristica distintiva della guerra civile etiope, iniziata come una disputa politica tra il governo centrale e i leader della regione settentrionale dei Tigrè.

L’impatto sui civili è stato terribile tanto che le forze federali sono state accusate di abusi e violenza.

Anche se i ribelli si sono ritirati nella loro regione d’origine, la riconciliazione appare difficilissima finchè entrambe le parti (federali e ribelli) si rifiuteranno di riconoscere la legittimità dell’altra e le divisioni ideologiche non scompariranno.

Da ricordare e per riflettere

I problemi dell’Etiopia non riguardano solo la regione dei Tigrè, nella parte nord del Paese; sono scoppiati scontri anche nelle regioni di confine vicine alla Somalia e al Sudan.

9. America Latina: la politica turbolenta e le ricadute del Covid

L’America Latina sta cercando di riprendersi dal durissimo colpo inferto dal Covid a livello sia sanitario che economico; in questo contesto i cambiamenti politici e la polarizzazione sembrano destinati a complicare la risposta alle crisi umanitarie sia esistenti che emergenti. Il settore degli aiuti internazionali è pronto a fare un passo avanti?

Crisi in America Latina.

Perché è necessario monitorare

Fino a poco tempo fa, l’America Latina mostrava segni di miglioramento molto promettenti un po’ in tutti i suoi Paesi nella diminuzione della povertà, nel miglioramento dell’alfabetizzazione, nel migliorare il settore sanitario e la lunghezza media della vita.

Poi con l’arrivo della pandemia, non solo per l’America del sud l’impatto con il virus è stato tremendo – con oltre il 30 per cento dei decessi nel mondo pari all’8,4 per cento della popolazione mondiale – ma le ripercussioni economiche stanno anche spingendo milioni di persone verso la povertà.

La panoramica umanitaria globale 2022 presentata dalle Nazioni Unite ha evidenziato il forte deterioramento delle condizioni di vita in molte aree dell’America meridionale e ha suggerito che potrebbe essere il momento di rivalutare l’assistenza internazionale.

La regione inoltre sta attraversando un periodo di crescente polarizzazione, il Covid  sta  accelerando il processo di richiesta di cambiamento e suscita l’appello verso governi stranieri.

I governi sono fortemente indebitati e sono messi sotto pressione affinché investano molto per la ripresa. Si trovano però in una condizione in cui gli elettorati sono profondamente divisi e le opposizioni sono molto ostruzioniste: tutto ciò per gli osservatori dell’America Latina rappresenta un pericolo per la democrazia.

Da ricordare e per riflettere

In molti aree le richieste di una maggiore partecipazione di base al processo decisionale stanno crescendo, sia che si tratti delle comunità indigene che proteggono l’Amazzonia dalla deforestazione o dei gruppi di donne che affrontano la violenza di genere.

Poiché i budget nell’era della pandemia sono ridotti, una maggiore consapevolezza tra la popolazione locale non può che essere d’aiuto in un’area soggetta a evidenti errori di calcolo da parte delle organizzazioni internazionali: fino a poco tempo, il Venezuela era considerato un paese a reddito medio-alto dalla Banca Mondiale.

10. Yemen: occhi puntati su Marib

Crisi in Yemen.

Ciò che accade nella città di Marib, ricca di gas e strategicamente importante, potrebbe determinare il futuro della guerra che dura da quasi sette anni nello Yemen, per non parlare del futuro di centinaia di migliaia di persone che si trovano sulla linea di tiro, molte delle quali si stanno già aggiungendo agli oltre quattro milioni di sfollati e ai quasi 21 milioni di yemeniti che secondo le Nazioni Unite hanno bisogno di assistenza umanitaria.

Perché è necessario monitorare

Nello Yemen tutti gli occhi sono ora puntati su un’offensiva da parte dei ribelli Houthi nella provincia centrale e nella città di Marib, che mette in pericolo i civili e costringe migliaia di persone a fuggire ogni settimana. Data la sua posizione ricca di risorse tra il nord controllato dagli Houthi e il sud gestito dal governo, una vittoria degli Houthi nella città sposterebbe gli equilibri di potere a loro favore, mettendo i ribelli in un angolo in previsione di qualsiasi futuro colloquio di pace.

Da ricordare e per riflettere 

Mentre Marib può essere la prima linea da tenere d’occhio, lo Yemen del sud sta affrontando le proprie lotte di potere interne e un crollo della valuta che dura da mesi che ha impoverito ulteriormente la popolazione, peggiorando l’insicurezza alimentare. Come spesso accade in Yemen, le persone raramente soffrono la fame per mancanza di cibo nei negozi o nei mercati, ma perché non soni in grado di comprarlo.

fonte The New Humanitarian

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